
Quattro stelle per un giallo sono un po’ troppe , ma le merita tutte. Ero
passata indifferente davanti al banchetto un po’ defilato dei gialli, ché
all’Einaudi della mia città non è come al supermercato Feltrinelli che per
trovare un libro devi chiedere alla commessa dopo esserti fatta largo tra
migliaia di titoloni esposti dalla soglia alle casse! Dicevo che ero passata
indifferente davanti al banchetto. Poi lo vidi e il libraio mi disse che tutti
ne dicevano bene. L’ho preso perché avevo bisogno di una pausa e del libraio, mi
fido.
Subito mi è piaciuto. Scrittura non raffazzonata, alla Montalban per
intenderci.
Un commissario che ha “le visioni” e che come tanti che sentono le voci svolgono il loro mestiere, Maupassant insegna, e che soprattutto ha un amore fatto di sguardi in cui lei sa che lui sa che lei sa. O forse no. Un tipo di amore che ho incrociato di “sgricio” negli anni cinquanta nella mia terra arcaica, che gli anni trenta erano l’avvenire. E se potrebbe sembrare contronatura, per come lo scrive De Giovanni quell’amore non lo era, anzi era talmente poetico che per un attimo ho tremato quando iI nostro commissario Ricciardi sembrava capitolasse davanti la malia della bella vedova, tradendo la sua fedele Enrica. E all’amore poetico fa da contrappunto un amore melodrammatico, quell’amore che assieme alla fame è alla radice di ogni dolore. E che trasformerà un banale giallo in un bell’intrigo all’Agata Christie sullo sfondo di una Napoli ventosa e fredda, in piena primavera.
Un commissario che ha “le visioni” e che come tanti che sentono le voci svolgono il loro mestiere, Maupassant insegna, e che soprattutto ha un amore fatto di sguardi in cui lei sa che lui sa che lei sa. O forse no. Un tipo di amore che ho incrociato di “sgricio” negli anni cinquanta nella mia terra arcaica, che gli anni trenta erano l’avvenire. E se potrebbe sembrare contronatura, per come lo scrive De Giovanni quell’amore non lo era, anzi era talmente poetico che per un attimo ho tremato quando iI nostro commissario Ricciardi sembrava capitolasse davanti la malia della bella vedova, tradendo la sua fedele Enrica. E all’amore poetico fa da contrappunto un amore melodrammatico, quell’amore che assieme alla fame è alla radice di ogni dolore. E che trasformerà un banale giallo in un bell’intrigo all’Agata Christie sullo sfondo di una Napoli ventosa e fredda, in piena primavera.



Come Frederica, la protagonista, non ho orecchio per la musica e un po’ banalmente i Beatles sono la mia colonna sonora di quegli anni che furono brevi ma il cui “ ricordo sembrerà molto più lungo di quanto sia in realtà”.
E quei favolosi anni sono i protagonisti di questo lungo romanzo di una romantica donna inglese postmoderna, l’ Asten di “Ragione e sentimento” del XX secolo.
Protagonista è Frederica che lotta per l’emancipazione, cosa vecchia per noi donne post sessantotto se Nigel non facesse al tiro con l’ascia con lei e se il giudice del processo per il divorzio non la tormentasse sui particolari della sua vita sessuale, prima, durante e dopo il matrimonio fino a mettere in dubbio la sifilide contagiatale dal marito. Fino a reputarla una madre anaffettiva, perché è una donna che legge.
Se non fossero storie d’ogni giorno, mi verrebbe da dire che la Byatt avesse scritto sotto la suggestione della Medea della Wolf.
E poi c’è Jude Mason, autore della “Torre del balbettio” romanzo nel romanzo, e il processo intentatogli per l’oscenità del contenuto del suo libro.
Jude Mason esiste davvero ed è autore di romanzi erotici, ma non so dire se quest’ultimo abbia scelto come pseudonimo il personaggio della Torre di babele o la scrittrice abbia introdotto nel suo romanzo un personaggio reale, come del resto ha chiamato a testimoniare in favore dello stravagante scrittore, Anthony Burgess.
E tutto si amalgama: la lotta femminista e i suoi ostacoli insormontabili, il melodramma dello scrittore maledetto, i fantasmi della mente dell’uomo sdoppiato ma reale. E sullo sfondo le minigonne di Mary Quant,l’ LSD, la musica, il Vietnam e le lotte di liberazione, tutto e subito.
Sempre rigorosamente usando l’indicativo presente che ha un effetto di presente storico dopo cinquant’anni.
C’ è un fiorire di Shakespeare, Blacke, Fourier, Sade, Kafka e tanti altri fino a Lawrence, il cui processo per Lady Chatterly fa testo in quello intestato a Mason. Perché questi sono la materia di cui è formata Frederica che vorrebbe scrivere, ma legge tanto per riuscire a essere una buona critica di se stessa: non ci si può liberare del proprio io nello scrivere, possibile solo se non si è l’autore di ciò che si legge e se il linguaggio non fosse così limitato per esprimere la verità di ognuno di noi.
Una babele, il linguaggio, che la commissione scolastica ministeriale tenta di dipanare con incerti risultati.
E tra quelle rivoluzioni, vissute consapevolmente, non potevano mancare la biologia molecolare allora agli albori e che avrebbe cambiato la vita; l’arte,la musica e la religione vecchia e nuova con il suo proliferare di comunità spirituali “dionisiache”.
Un’epoca sezionata e fatta quotidianità tra la compassata campagna inglese e l’underground londinese.
Un mondo che anche per me è scivolato impercettibilmente dal passato prossimo a quello remoto e che dei tempi remoti ha il gusto di favola.